Call 09 | Abisso

ABISSO


Estetiche e politiche delle profondità oceaniche

All’apice della corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il presidente J.F. Kennedy ammette in un discorso come gli abissi marini, a differenza dello spazio, non siano ancora stati esplorati. Nonostante siano la geografia più estesa del pianeta, gli abissi rimangono ai margini dell’esplorazione umana, pur essendo al centro di enormi processi estrattivi e infrastrutturali.
“Disponiamo di mappe più accurate della superficie di Marte e della Luna rispetto ai fondali dell’oceano terrestre”, ricorda l’oceanografo della NASA Gene Feldman in un’intervista del 2009.
Ancora oggi, circa l’85% del fondale marino è mappato a una risoluzione di 5 km — il che significa che solo elementi di dimensioni pari o superiori a questa scala risultano effettivamente visibili — mentre il restante 15% è mappato a una risoluzione di circa 100 metri. Questi dati sono dimostrativi non soltanto della conoscenza di un luogo, ma anche delle modalità in cui viene governato e gestito da un punto di vista politico.

Il nono numero della rivista scientifica SEASCAPE punta all’esplorazione dei rapporti tra progetto e l’abisso oceanico attraverso lenti eterogenee, dalla dimensione ecologica fino a quella metaforica e speculativa. Tuttavia l’abisso non è solamente un’esperienza dei naufraghi o degli oceanografi, è soprattutto uno spazio che viene vissuto dalla superficie al fondo attraverso una sezione complessa e in costante trasformazione. Misurarsi con l’abisso, considerandolo come un driver territoriale, impone un cambiamento di prospettiva radicale: dalla superficie al volume, dalla staticità alla dinamicità, dal fluido gassoso a quello liquido.

Gli abissi sono oggi teatro di sfide contemporanee cruciali. Nel Golfo del Messico, uno dei più importanti siti di estrazione petrolifera al mondo, oltre 4500 piattaforme costituiscono solo la parte emersa di una vasta infrastruttura sommersa fatta di tubature, sistemi di circolazione, depositi e attrezzature tecniche. Molte di queste strutture risultano oggi dismesse e in stato di abbandono e potrebbero essere riconvertite in barriere artificiali per nuove colonizzazioni e attività di soft o ecological decommissionings (ad esempio le pratiche “Rigs-to-Reefs – RTR”).
Lungo la Clarion-Clipperton Fracture Zone (CCFZ), una vasta pianura abissale di 4,5–6 milioni di chilometri quadrati nell’Oceano Pacifico, tra le Hawaii e il Messico, i fondali sono estremamente ricchi di noduli polimetallici contenenti cobalto, nichel e manganese, elementi essenziali per l’industria elettronica contemporanea. Il fondale di questa regione, situato a profondità comprese tra i 4.000 e 5.500 metri, è stato mappato solo nel 2014 a fini di controllo politico e gestione delle attività estrattive in alto mare, in un quadro normativo avviato nel 1994 con l’istituzione dell’Autorità internazionale dei fondali marini (ISA). Attualmente, nell’area sono state concesse 17 licenze di esplorazione e l’ISA sta ultimando la stesura dei regolamenti che disciplinano l’estrazione commerciale. Ciononostante, la CCFZ rimane un’area, ancora in gran parte inesplorata, che ospita una biodiversità unica dove il progetto necessita di pratiche che vanno oltre il controllo, privilegiando dinamiche di coesistenza e protezione delle risorse.
Quali nuove questioni pone l’abisso oggi all’architettura, il progetto urbano e quello di paesaggio? Quali strumenti sono richiesti alle discipline dello spazio per affrontare il mondo abissale? Quali immagini rappresentano oggi l’abisso? 

In sinergia con la tematica del numero otto di SEASCAPE, dedicata alle radici di un territorio costiero sottoforma di tradizioni insediative, saperi costruttivi, pratiche di uso del suolo e stratificazioni archeologiche, il numero nove invita ricercatori, progettisti e studiosi a presentare contributi originali che articolino la lettura critica di radicamenti ancora più profondi — gli abissi oceanici — con riflessioni o proposte sul loro progetto futuro, secondo tre ambiti di ricerca.
I tre ambiti condividono un obiettivo comune: spostare il progetto dall’architettura come oggetto alla progettazione di sistemi complessi — cartografici, ecologici e infrastrutturali — che operano in ambienti estremi e in gran parte inesplorati. Cartografia, ecologia e infrastruttura sono così tre strumenti complementari attraverso cui la disciplina può costruire nuove conoscenze, immaginari e nuove pratiche progettuali per i territori profondi del pianeta.


Ambito 01 – CARTOGRAFIE DELL’ABISSO
Storie di utopie e architetture sotto acqua, tra rappresentazione, narrativa e progetto come dispositivo simbolico

Le cartografie dell’abisso non sono semplici strumenti descrittivi, ma dispositivi critici e progettuali attraverso cui rendere visibile, interpretabile e quindi trasformabile uno spazio ancora in gran parte sconosciuto. 
In questo ambito, la rappresentazione diventa un campo di ricerca applicata in cui mappe, sezioni batimetriche, modelli tridimensionali, atlanti, racconti e progetti speculativi contribuiscono a costruire nuove immagini dell’ambiente abissale. Anche la storia delle utopie sottomarine, delle città sommerse e delle architetture subacquee può essere riletta non come esercizio visionario, ma come laboratorio di idee per immaginare nuove forme di insediamento, infrastruttura e coesistenza tra umano e ambiente estremo. Come manuali per la navigazione ad altissime profondità, le cartografie dell’abisso diventano così un dispositivo operativo che collega conoscenza, immaginazione e progetto, contribuendo a costruire un immaginario disciplinare capace di orientare la ricerca transdisciplinare (dall’oceanografia, alla geologia, la biologia marina e il diritto del mare), così come future pratiche progettuali negli ambienti profondi.

Ambito 02  —  L’ABISSO E IL “PIÙ CHE UMANO” 
Come l’ecologia abissale può rendere evidente una nuova ontologia
tra umano e non-umano

L’ambiente abissale impone di superare una visione antropocentrica del progetto, mettendo al centro ecosistemi complessi, organismi microscopici, cicli chimici e processi biologici che operano su scale temporali e spaziali diverse da quelle dell’architettura terrestre o di superficie. 

In questo ambito, il progetto diventa negoziazione tra umano e non-umano, tra infrastrutture tecniche e habitat biologici, tra produzione e conservazione. La ricerca può qui sviluppare approcci basati su ecologie artificiali, habitat ibridi, barriere artificiali, dispositivi di monitoraggio e paesaggi sottomarini, ridefinendo il ruolo del progettista come mediatore ecologico. La dimensione del “più che umano” — risultato dell’unione tra umano e non-umano — si propone di superare dualismi gerarchici consolidati e di riconsiderare il nostro mondo, anche il più remoto, tramite nuove inter-relazioni. 

In questo senso, assumono potenzialità inedite in ambito di applicazione sperimentale piattaforme petrolifere trasformate in reef artificiali, navi affondate intenzionalmente per creare habitat marini, moduli in calcestruzzo per colonizzazione biologica o ripopolamento ittico, strutture sommerse per l’acquacoltura e stazioni di monitoraggio climatico. L’abisso diventa così un’arena per ripensare le relazioni tra specie, tecnologie e ambienti, contribuendo a definire nuove forme di progetto ecologico e ontologie dello spazio contemporaneo.

Ambito 03  —  INFRASTRUTTURE DI PROFONDITA’
Reti, sistemi, nuovi processi energetici e le loro implicazioni per il progetto

Le città costiere sono sottoposte a pressioni enormi, risultato della combinazione tra la loro forte attrattività e le sfide ambientali che le riguardano. La forma della città costiera è il prodotto dell’interazione tra processi dinamici che modellano le linee di costa – deriva dei sedimenti, deposito, erosione, correnti, maree – e una forma peculiare di abitare questi territori, fondata sull’esplorazione e ottimizzazione delle loro risorse.
In queste regioni, è particolarmente evidente l’antropizzazione di sistemi estesi, da riconoscere come costruzioni umane portatrici di un sapere profondo sull’integrazione – e sul conflitto inevitabile – tra città e ambiente.
In questa terza linea di ricerca si esplora l’idea della porta d’acqua come dispositivo di regolazione ambientale. Ciò riguarda tanto l’impatto di grandi infrastrutture industriali o portuali – e il loro destino futuro – quanto le strutture legate alla produzione alimentare, come saline, impianti di acquacoltura, attrezzature per la pesca (artigianale o industriale), che influenzano profondamente il paesaggio costiero contemporaneo e rappresentano al contempo un’eredità importante per la cultura urbana di questi luoghi.
Emblematico, in tal senso, è il ruolo di strutture proto-industriali come i mulini a marea che, grazie ai loro Argini e bacini, costituiscono sistemi ingegnosi capaci di sfruttare l’energia potenziale delle maree. Non a caso, molte delle aree più densamente popolate del pianeta coincidono con questi territori. In questi contesti, le sfide urbane emergenti si confrontano costantemente con un’eredità culturale che riflette secoli di adattamento a luoghi estremamente dinamici. Pur obsoleti e abbandonati, questi dispositivi continuano a mantenere autonomamente i canali di navigazione degli estuari, dimostrando una sorprendente capacità di exaptation. Ed è attraverso la progettazione di questi fronti pubblici urbani che si tenta oggi di rispondere alle sfide del cambiamento climatico secondo strategie dure (innalzamento della pavimentazione della piazza, costruzione di muri e infrastrutture) o molli (soluzioni ibride, erosioni, mitigazioni con sistemi e colture vegetali).
I sistemi estuari e deltizi soggetti a marea costituiscono un esempio notevole di integrazione tra dinamiche ambientali e città. In epoca post-produttiva, si prefigura quindi per questi territori una nuova prospettiva, fondata sul loro potenziale all’interno di una società della conoscenza, dove la ricerca e la formazione costituiscono pilastri fondamentali per l’innovazione.
Le porte d’acqua hanno sempre rappresentato un elemento cruciale nell’articolazione tra città e territori: piattaforme straordinarie per l’esplorazione degli oceani, ma anche dispositivi determinanti nella quotidianità urbana. Queste qualità rimangono inalterate, a conferma della loro importanza e attualità – soprattutto – come dispositivi urbani per pensare il futuro delle città.

Modalità di partecipazione

Costi

– Sabato 6 giugno 2026_ Scadenza consegna abstract
– Sabato 20 giugno 2026_ Comunicazione dei risultati per avviare la scrittura dei contributi da sottoporre a double blind peer review
– Sabato 08 agosto 2026_ Scadenza consegna degli articoli estesi


Per informazioni

web site: http://www.seascape.it
editorial.seascape@gmail.com